I VOLTI DEL MALE – Charles Manson. Il Messia satanico, Ed. Emse

Oggi vi parlo della 18a uscita della collana I volti del male di Emse Italia, una collana interessantissima che si ispira (purtroppo!) a fatti reali.

Questo libro è dedicato a un personaggio davvero inquietante, Charles Manson, una delle figure che mi ha maggiormente turbata, fino a ora. Pur non avendo ucciso nessuno direttamente, è uno dei criminali forse più crudeli e folli che si ricordi, uomo con una personalità carismatica e un forte ascendente su chi gli stava intorno. Chi lo seguiva era pronto a sottomettersi a ogni sua richiesta, plagiato dall’eloquenza e dalla sicurezza di sé che emanava. Manson vedeva il punto debole delle persone e lo sfruttava a proprio favore.

Dietro lo slogan Healter Skelter, che anticipava una presunta imminente guerra razziale, creò una Comune – la Famiglia – attraverso la quale vennero perpetrati crimini di ogni tipo, dalla violenza allo spaccio e alle rapine, per terminare nelle stragi immotivate (o meglio, motivate solo da follia e crudeltà) che videro la morte di sette persone. La prima fu quella di Cielo Drive cui seguì, a solo un giorno di distanza, l’omicidio di Leno LaBianca e sua moglie. Non fu solo il numero dei morti a terrorizzare Los Angeles, ma la brutalità e la violenza perpetrate.

Considerato dai suoi seguaci una sorta di messia, ciò che di lui faceva davvero paura era la mente, malata e perversa fin da bambino; uno psicopatico assoluto, come sottolineato da Vicente Garrido nel suo profilo psicologico. Fu infatti uno dei pochi esaminati che ottenne il punteggio massimo nella scala di R. D. Hare, un sistema di valutazione della psicopatia. Manson, senza mai agire di persona, riusciva a convincere gli altri a portare avanti i propri folli disegni. Morì il 19 novembre 2017, felice di non aver mai confessato e certo di aver lasciato una traccia nella storia. Assurdo pensare che un uomo tanto folle e crudele abbia, ancora oggi, dei seguaci!

Per non perdere alcun numero, potete abbonarvi sul sito I volti del male.

Conoscevate già le tremende vicende legate a Manson e alla Famiglia?

Il mago di Riga di Giorgio Fontana, Ed. Sellerio

Questa non è una biografia, come specificato dall’autore, ma “nasce dall’amore per questo grande scacchistica“. È una sorta di biografia romanzata su Michail Tal’, il più giovane campione del mondo prima di Kasparov, morto a poco più di 55 anni, dopo una vita vissuta sempre al massimo, nonostante i problemi di salute.

Il romanzo è molto bello e adatto a tutti, anche a chi, come me, non sa giocare a scacchi. Ciò che l’autore descrive è la vita di Tal’ ripercorsa dallo stesso protagonista nelle pause di gioco – ma sarebbe meglio dire nei momenti di riflessione – tra una mossa e l’altra, durante l’ultima partita a tempo standard da lui giocata, quella contro Akopian.

La figura di Tal’ è affascinante per il carattere che lo contraddistingueva e che si rifletteva in toto nel suo modo di giocare, diverso da qualunque altro giocatore.
Pronto a sacrificare qualsiasi pezzo e a ribaltare una partita attraverso mosse che apparivano fuori da ogni logica, «Miša» sovvertì il comune modo di giocare a scacchi, sacrificando un pezzo, poi un altro, poi chissà – un altro ancora?

Non amava le regole, negli scacchi come nella vita, che prendeva a morsi, cercando di goderne a pieno, sempre. Donne, alcol, fumo, viaggi, notti in bianco, fughe dall’ospedale per giocare, ritorni a casa per un saluto e un regalo e poi via di nuovo. Insofferente a qualunque costrizione e incapace di dominarsi, le uniche limitazioni che lo ferivano erano quelle che gli impedivano di disputare le sue partite, che portava avanti con strategie criticate dagli altri giocatori, ma che ne fecero un grande campione, ricordato per i suoi sacrifici e il suo modo di guardare oltre. Ci sono due tipi di sacrifici: quelli corretti e i miei.

Tra uno scacco matto e una partita patta, ripercorriamo brevemente la vita di questo personaggio, appassionato e vibrante in ogni sua manifestazione. Davvero interessante.

Voi giocate a scacchi? C’è un personaggio che vi affascina per il proprio carattere?

Multi-intervista a Mario Francesco Gastoldi

La multi-intervista è un’idea nata su Instagram e si differenzia dall’intervista classica perché le domande arrivano da più persone (altri autori, lettori, semplici curiosi, ecc.). Maggiori dettagli sull’idea nel post dedicato.

Com’è nata l’idea del tuo romanzo?

L’idea per questo romanzo è nata per caso un giorno in cui ero particolarmente malinconico e nostalgico; ho deciso di raccontare un po’ la vita di noi ragazzi del 90 e costruirci una storia.

Il titolo è venuto subito o dopo la stesura del libro?

Il titolo è arrivato praticamente subito , dopo aver scritto il primo capitolo e aver avuto subito chiara l’ambientazione.

Di questo tuo ultimo romanzo, sono nati prima i personaggi o la trama?

La trama è venuta prima , ma immediatamente sono nati tutti i personaggi .

Quando stai lavorando su un libro, riesci a staccare la spina o hai la testa sempre in lavorazione?

Mi è praticamente impossibile staccare la spina; penso e ripenso ai miei personaggi e so che in un modo o nell’altro mi stanno aspettando.

Come è iniziata la tua passione per la scrittura? A che età? O ci sei nato?

La passione per la scrittura è nata da ragazzino, quando ho iniziato a buttare su carta qualche idea e qualche poesia grezza; poi è arrivata la musica e le due passioni si sono fuse tra loro. In questi ultimi anni ho abbandonato la musica suonata per dedicarmi totalmente alla scrittura.

Premesso che non so nulla del tuo romanzo, mi riassumeresti la trama? II titolo è intrigante.

È la storia di Lorenzo, stanco musicista jazz che ricorda gli avvenimenti vissuti nell’estate del 1990 , con gli amici di sempre nel piccolo paese in cui è nato e da cui è scappato.
È un racconto dove il lettore può trovare sentimenti contrastanti, amicizia, amore adolescenziale, violenza e rinascita.

È il tuo primo romanzo? Da quanto tempo scrivi? Cosa ami leggere?

Questo è il mio secondo romanzo, pubblicato dopo Come se fosse l’ultima volta, il mio primo; adoro leggere narrativa contemporanea, dove esistono situazioni reali che ti portano a provare sentimenti veri.

Quanto secondo te è complicato essere pubblicati in Italia?

Essere pubblicati in Italia non è difficile; il difficile è essere pubblicati bene.

Cosa pensi delle scuole di scrittura? Ne hai frequentata una?

Non ho un giudizio sulle scuole di scrittura; dovrei prima provarle per esprimere un parere. Ma se danno una mano a chi vuole approcciarsi al mondo della scrittura, ben vengano.

Il titolo del tuo libro è singolare e immagino sia strettamente legato al tema narrato. Come l’hai scelto?

L’ho scelto perché mi piaceva molto come metafora, associare un fiore ad una donna, e il papavero era proprio il fiore giusto per la mia storia .

9 volte me di Maria Dolores Secco, Ed. Blitos

Ogni volta che sfiorano il tuo viso con prepotenza, con parole di rabbia, con l’intento di farti tremare, ogni volta che ti fanno sentire incapace, fuori luogo o a disagio, ogni volta che non rispettano un tuo no, quella è violenza.

Oggi voglio parlarvi di un libro bello tosto, di quelli che vi fanno trattenere il fiato (e le lacrime) fino all’ultima pagina. Si tratta di 9 volte me, dell’autrice (altrettanto tosta!) Maria Dolores Secco.

Il suo romanzo affronta il difficile tema della violenza sulle donne e lo fa mescolando la fantasia – la storia di Christine – alla realtà, raccontandoci la storia di otto donne che quella violenza l’hanno subita.

L’idea del gruppo di sostegno è molto utile e risponde a un duplice scopo. Da un lato, consente di sottolineare le diverse modalità di soprusi, spesso subdoli, adottati dai sopraffattori; dall’altro, permette di portare avanti la storia in modo organico, poiché anche la protagonista partecipa al gruppo; così, mentre cerchiamo di scoprire quali segreti si nascondono nella sua vita, abbiamo anche modo di conoscere le storie vere delle altre partecipanti alla terapia.

C’è dolore e senso di impotenza nei racconti di queste donne, non lo nego, perché l’autrice riesce a comunicare con grande empatia e a mostrarci come possa essere difficile, a volte, vedere la realtà. Eppure questo non è un libro triste né senza speranza, anzi.
La figura di Matteo, fidanzato di Christine, con la sua presenza e il costante supporto, è l’esempio di cosa significhino le parole amore, sostegno, rispetto.
Le sedute di gruppo, invece, ci mostrano che la via d’uscita c’è, passa dalla consapevolezza e dall’amore verso se stesse, che permette di ritrovarsi e ricominciare.

Un libro intenso che consiglio a tutti, uomini e donne, perché c’è bisogno di leggere parole simili, ma anche perché acquistandolo si sostiene l’associazione Libera di vivere.

Il killer delle rose di Giusy Di Miceli, Ed. PlaceBook Publishing

Oggi voglio parlarvi di un thriller (il mio genere letterario preferito), quello di Giusy Di Miceli, autrice eclettica che dopo aver pubblicato racconti per bambini, si è cimentata in qualcosa di completamente diverso.

Siamo a Milano e alcune giovani donne vengono brutalmente uccise. L’unica traccia è una rosa, lasciata dal killer come se fosse una firma. Questo indizio non sembra essere di alcun aiuto alla polizia, che fatica a trovare altre tracce, oltre a quei fiori volutamente abbandonati dall’assassino sui luoghi dei ritrovamenti.

L’omicida è scaltro, invisibile, sempre un passo avanti rispetto alle forze dell’ordine e così, mentre il numero delle vittime sale, il Commissario Marco Sandri cerca di riallacciare le fila di una storia le cui radici si nascondono nel passato.

Ho trovato questo romanzo interessante e con un intreccio originale, arricchito dalle tante vite che in esso si intersecano. Per le vie affollate di Milano presente e passato si mescolano e non sarà affatto facile ricostruire ciò che è accaduto e che sta ancora generando conseguenze.

C’è un unico aspetto del libro che non ho apprezzato la revisione poco accurata, che toglie un po’ di piacere alla lettura. Una storia così intrigante avrebbe meritato di più.

Un amico nei guai per Jack Rubino di Andrea Raguzzino, Ed. Jack

Siamo nella New York degli anni ’80 e Jack, investigatore privato un po’ sui generis, viene inaspettatamente coinvolto nella strana indagine che vede protagonista il suo vecchio mentore. Il facile e lucroso compito che gli viene assegnato – consegnare un messaggio – lo trascinerà in una storia dai risvolti molto più complessi del previsto.

Ho apprezzato questo giallo fin dalle prime righe, perché Raguzzino è riuscito a ricreare perfettamente l’atmosfera newyorkese dell’epoca: il personaggio scanzonato ma con una certa onestà di fondo, la politica e i giochi di potere, i gorilla e le scazzottate, tutti elementi ben delineati e coesi che trasportano il lettore nel 1982. La Grande Mela, all’epoca, non era una città molto tranquilla (ma oggi, è così diversa?) e Raguzzino ne dipinge l’immagine con le sue parole. Al di là del periodo diverso, il suo romanzo mi ha riportato un po’ al Philip Marlowe di R. Chandler.

L’indagine si sviluppa in soli due giorni, ma sono due giorni così intensi e con un ritmo tanto incalzante che si fa fatica a rendersene conto. Perché Camaleone ha ucciso a sangue freddo? Qual era la colpa della vittima? Quali strani meccanismi si sono in messi in moto, dopo l’omicidio?

Un intreccio ben costruito e ricco di umorismo; un giallo che trasmette una sensazione di allegria e, nello stesso tempo, di disincanto; un noir, infine, perché l’epilogo lascia un po’ di amaro in bocca, ma ricalca perfettamente la realtà, non sempre giusta.

Un romanzo piacevolissimo, con un protagonista ironico e umano, con qualche pregio e molti più difetti… Umano, appunto! Un investigatore che spero di ritrovare presto in una nuova avventura.

Avete visitato New York? Vi piacciono i romanzi con questa ambientazione e spostati un po’ indietro nel tempo?

Gaia Parsifal di Elisa Franchi, Ed. Albatros Il Filo

Gaia Parsifal è il romanzo d’esordio dell’autrice, nel frattempo prossima alla pubblicazione del suo terzo libro.
Ci sono tante cose da dire in merito, ma la prima cosa che ritengo utile sottolineare è che non bisogna aspettarsi un thriller, nel senso classico del termine. Il genere è tutt’altro, è una storia ricca di sentimenti e di azione, ma non è un thriller, cosa di cui tener conto per non farsi un’idea errata di ciò che si legge.

Pro e contro, anzi… Contro e poi pro!
Contro: si percepisce che si tratta di un’opera prima, perché presenta delle ingenuità nell’intreccio e dei refusi, avrebbe inoltre avuto bisogno di qualche aggiustamento nella costruzione della storia.
Pro: il romanzo è molto vivace e allegro, più volte mi sono trovata a sorridere per le disavventure di Gaia, ragazza giovane e piena di brio, nonostante una vita non proprio semplice. Quando, per motivi che potrete scoprire leggendolo, le cose precipitano improvvisamente, numerosi eventi – alcuni anche un po’ improbabili – si susseguono uno dietro l’altro, trasportando il lettore nella terra del conte Dracula, ad affrontare con la protagonista i tanti ostacoli che il destino le metterà davanti.

Amore, amicizia, tentati omicidi e rapimenti, antichi tesori e misteriosi complotti rendono la storia movimentata e mai noiosa, il cui ritmo sostenuto porta velocemente all’epilogo. Un romanzo allegro e piacevole.
Non vedo l’ora di leggere quello in uscita.

Multi-intervista a Maria Giovanna Torchia

La multi-intervista è un’idea nata su Instagram e si differenzia dall’intervista classica perché le domande arrivano da più persone (altri autori, lettori, semplici curiosi, ecc.). Maggiori dettagli sull’idea nel post dedicato.

Quale ragione in particolare, ti ha spinta a redigere il tuo libro?

Più che una ragione, una domanda mi ha spinta a scrivere questo libro. I primi mesi di pandemia sono stati particolarmente complicati e spesso mi sono chiesta: “Se la mia vita dovesse finire adesso, quale sarebbe il mio più grande rimpianto?”.
La risposta è sempre stata la stessa ovvero non aver trovato mai il tempo necessario per realizzare il sogno di scrivere un libro che mi rappresentasse a pieno.
Fatalità, nello stesso periodo la mia strada ha incrociato quella della storia di Delinda e tutto ha avuto inizio.

Quanto tempo hai impiegato per scrivere il tuo romanzo?

Ho impiegato quasi due anni, ma non è stato un processo continuativo. C’è stata un’alternanza di intensi periodi di scrittura ad interminabili pause di alcuni mesi. Basti pensare che io sia riuscita a scrivere gli ultimi quindici capitoli in due mesi mentre i primi dieci in un anno e mezzo.

Quanto è stato importante ritrovare quella parte interiore/emotiva che affidi alla protagonista?

È stato fondamentale e, al tempo stesso, complesso e faticoso. Mi sono ritrovata prigioniera di un lavoro introspettivo che mai avevo condotto nella mia vita. Credo che la parte più complicata sia stata proprio affidare la mia interiorità a Delinda, una donna vissuta in un periodo storico totalmente diverso rispetto al mio, durante il quale sicuramente le emozioni, i dolori, gli amori venivano vissuti con una consapevolezza sicuramente meno sfacciata in pubblico ma certamente con intima intensità.

È stato difficile scrivere di qualcosa che comunque ancora ci segna (proprio come il Covid)?

Per quanto riguarda la narrazione degli eventi è stata inaspettatamente poco difficoltosa, probabilmente perché mi sono limitata semplicemente a scrivere ciò che stavo vivendo in quel momento. Ciò non significa che sia stato emotivamente semplice anzi, è stato come rivivere ogni giorno una seconda volta.

Il libro nasce come una elaborazione del lutto?

Sì! Credo che ci siano diversi modi di affrontare un dolore, soprattutto quando quest’ultimo scava nel profondo bisogna cercare di attenuarlo in qualche modo e il mio “modo” è stato scrivere questo libro.

Ho letto che quest’opera nasce da un dolore vero. Avevi scritto altro, prima?

La vita è fatta di alti e bassi, di gioie e dolori. Ho sempre preferito rifugiarmi nella scrittura durante momenti bui, di introspezione. Più che a veri e propri racconti, mi sono sempre dedicata alla scrittura di brevi riflessioni.
Mi rivedo molto nella frase del caro Tenco che, alla domanda di un giornalista “Perché scrivi solo cose tristi?“, rispose “Perché quando sono felice, esco“.

Credi che l’anima rimanga dopo la morte?

Certo. Se non avessi creduto nella possibilità di rimanere in qualche modo su questa Terra, il romanzo sicuramente non sarebbe nato, proprio perché tutto parte dall’incontro tra Giulio e l’anima di sua nonna. A tal proposito, vorrei porvi io una domanda: “Come si può credere che una persona amata, cara, con la morte possa d’un tratto non esistere più? Può dissolversi nel nulla come se non avesse mai vissuto?”.

Scrivere ti ha aiutata a elaborare il lutto?

Credo che alcuni lutti ci accompagnino per tutta la vita, semplicemente il dolore legato agli stessi si trasforma, cambia, ma non scompare mai completamente. Scrivere mi ha aiutata a trasformare un dolore opprimente in un dolore sopportabile, con il quale poter convivere giorno dopo giorno.

Se il tuo romanzo fosse una canzone, quale sarebbe?

Una canzone in particolare mi ha accompagnata durante l’intero processo di scrittura, in particolare in corrispondenza della parte psicologica: “I giardini di marzo” di Lucio Battisti, con la frase “Che anno è, che giorno è”. Quella perdita del senso di orientamento, quella confusione nei confronti della vita, dei sentimenti, la stessa che ha spesso intrappolato Delinda durante diversi frangenti tortuosi della sua vita.

Che libri ami leggere? Hai preferenze di genere?

Amo leggere i grandi classici russi, inglesi e francesi. I miei preferiti sono Tolstoj e Hugo.
Preferisco i romanzi storici, adoro conoscere la storia attraverso le vicende personali di personaggi letterari.

L’aria che mi manca di Luiz Schwarcz, Ed. Feltrinelli

L’aria che mi manca è un titolo che colpisce, ma che può avere tanti significati; il sottotitolo, però, Storia di una corta infanzia e di una lunga depressione, toglie ogni dubbio sul tipo di libro si ha tra le mani.
Luiz Schwarcz, scrittore ed editore della casa editrice Companhia das Letras, ci regala un testo autobiografico in cui si mostra senza filtri, raccontandoci della sua vita in costante lotta con la depressione, dalle prime avvisaglie da bambino, fino ai momenti peggiori, la crisi, l’analisi, il disturbo bipolare e l’intontimento dovuto ai farmaci, quei farmaci che, se da un lato tenevano sotto controllo la malattia, dall’altro addormentavano qualunque emozione, impedendogli anche di piangere: Il dolore dentro di me era immenso, ma non si trasformava in lacrime.

Il libro non parla solo di depressione, tutt’altro! Nello scorrere delle pagine vediamo l’esistenza di Luiz e della sua famiglia, le fughe per sfuggire ai campi di sterminio, i viaggi in località sempre diverse nel tentativo di rifarsi una vita, le partite di pallone, gli amici, le ragazze, la casa editrice, la politica… La vita intera, insomma!

Schwarcz ci racconta il suo essere Luizinho, perché bambino, oggetto di enormi aspettative da parte di tutti, sostegno di un padre distrutto dal senso di colpa e arbitro negli scontri tra i genitori, nonostante la giovane età. Altre volte, però, sarà Luizão, quando diventerà più sicuro di sé, conoscerà Lili, inizierà a mostrare doti da leadership; eppure, come egli stesso afferma: quei due soprannomi segnalano una scissione nella mia personalità, destinata a svilupparsi in forma estremizzata.

L’autore parla in modo onesto, senza cercare attenuanti né perdono, di un ragazzo con troppe responsabilità, di una famiglia ebrea, di silenzi che hanno lasciato il segno, di persone alla ricerca del proprio posto nel mondo, di una malattia subdola che stravolge la vita e non ti abbandona mai. Ci racconta storie che sentiva di dover fare emergere, per combattere quel silenzio che tanto lo ha ferito. Un libro intimo e intenso.

Mia figlia mi sta sul c***o… E anche io a lei di Marilia Castelli, Ed. Dialoghi

𝑼𝒏𝒂 𝒎𝒂𝒎𝒎𝒂 𝒏𝒂𝒔𝒄𝒆 𝒅𝒂𝒍 𝒔𝒖𝒐 𝒃𝒂𝒎𝒃𝒊𝒏𝒐 𝒆 𝒏𝒐𝒏 𝒄𝒐𝒏 𝒊𝒍 𝒔𝒖𝒐 𝒃𝒂𝒎𝒃𝒊𝒏𝒐.

Come nasce una mamma? È questa la difficile domanda a cui cerca di rispondere l’autrice con questo breve racconto.

Se state immaginando un racconto triste, che trasudi sentimentalismi e pensieri filosofici, vi state sbagliando alla grande (ma magari l’avevate intuito dal titolo!). Leggendolo, quello che avrete tra le mani sarà un concentrato di ironia che vi farà sorridere dalla prima all’ultima pagina, rispondendo nel contempo ai tanti dubbi delle neo-mamme (e non solo neo).

Quante volte avete avuto paura di non essere all’altezza? Quante volte avreste voluto fare domande imbarazzanti, ma non ne avete avuto il coraggio? Marilia Castelli, raccontandoci episodi di vita quotidiana, ridimensiona le mille paure che sempre ci accompagnano quando si tratta di figli, perché lo sappiamo bene che, per loro, faremmo qualunque cosa.

Allegro, ironico e divertente, un racconto che aiuta ad affrontare meglio la vita con i bimbi e che ci ricorda che la mamma perfetta non esiste. Cosa molto importante, tutto questo viene fatto sottolineando un aspetto che, a volte, tutti tendiamo a dimenticare: i bambini non sono una nostra proprietà, non devono fare ciò che noi vorremmo, né accontentare i nostri desideri insoddisfatti. Sono personcine autonome, con gusti e idee che vanno rispettati, così da creare un clima piacevole e pieno di amore e sentirsi, finalmente, una mamma giusta.

A chi regalereste un libro così?

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